venerdì 16 gennaio 2009

la mia stagione quattordiese... (bozza)

a proposito della scuola quattordiese..

la mia prospettiva è più complessa e conflittuale.
Non può essere quadrata e neppure scientifica.
Ha a che vedere con altre dimensioni: emozioni, curiosità e contemplazione.

Mentre Carlo Poggio traeva le prime soddisfazioni di neo laureato in chimica dell'industria io, in arte "timida", capitavo da quelle parti per motivi completamente diversi.
La nonna, lo zio dispettoso, l'altalena, le galline, il mio triciclo... e ancora mille altre importantissime cose.

A volte, se penso alle relazioni umane, sono sicura che il caso non esista.
Anzi, come se un broccato ricco di colori provvedesse lentamente alla propria tessitura , altrettanto lentamente la trama e l'ordito spazio temporali
aiutano a seguire il proprio karma (destino, azione compiuta..)

La percezione del tempo era allora assai diversa.
Lo era al punto che percepivo me stessa come una sorta di eternità vagante spaccata fra terra e mare.
Il mare era Genova, la mia città, di cui ero orgogliosa.
La terra era il piccolo paese dei nonni materni dove ogni estate ritrovavo amiche, cugini, vecchie zie ..
Le piccole amiche alzavano i loro nasini impertinenti:
- da dove vieni ? -
- Genova - dicevo io, con l'aria di chi nasconde il mare in valigia.
Allora la Superba contava quasi un milione di abitanti mentre il paesello ne contava sì e no duemila.
Ogni anno, appena arrivata, avevo già consumato una lunga, indimenticabile stagione balneare.

Le mie stagioni dunque erano solo tre:
scuola, mare e campagna.
La prima, dove sfoggiavo il massimo della serietà era il luogo grigio.
invece il mare, la spiaggia rappresentavano il colore chiaro, un po' giallino, di inizio estate.
A Giugno si incominciava ad andare ai bagni com'era consuetudine dire.
Alla fine di luglio poi si facevano le valige e si atterrava su Marte , tale era lo scarto, la cesura fra i due mondi.
Appena scesa dal treno l'aria si faceva "spessa", afosa e la luce abbagliante mi costringeva a stringere le palpebre.
Non ero felice, io stessa ero la felicità .

La stazione aveva due soli binari, una campanella nascosta e assordante e un casotto con buco per capostazione con berretto rosso: il nostro futuro "Pasquale".

Papà era agile e scattante. Tirava giù una borsa.. poi l'altra, depositava me a terra mentre da rotaie e sassi arrugginiti montava sù un odore sulfureo che sapeva d'inferno (e chissà come si arriva da un binario all'inferno io proprio non me lo ricordo).

Papà si era fermato a parlare col capostazione mentre la mamma alzava gli occhi al cielo (certe cose non le sopportava).
Chi era poi quell'uomo? C'era un lungo pezzo di strada e le borse diventavano pesanti..
A me non importava molto, intanto mangiavo le more. Esse pendevano da una foresta di rovi che non avrei mai più visto in vita mia, evocavano la banalità del peccato e il giardino dell'Eden.
D'altronde stavo per essere formata come buona bambina cattolica, scarpe bianche e sguardo a terra.

Mio padre ci aveva finalmente raggiunte sorridendo.
- lo sapete chi è il capostazione? - disse come un alchimista , come lo sciamano degli incontri, (questo era il mio leggero ma ingombrante padre).
- è un meridionale? -
- sì, e.. pensa che lo conosco! - disse animandosi come sempre, lui che ovunque incontrava qualcuno.
- anche qui? non c'è anima viva!.. possibile che devi sempre conoscere qualcuno? - sottolineò Madre.
Passò subito un'auto sollevando la polvere bianca che l'avrebbe ancor più indispettita. Naturalmente papà giurava e spergiurava come al solito.
Ma come poteva lui, portuale genovese, conoscere il capostazione napoletano di Masio? un puntino geografico, due binari che il rapido delle ventitre piallava in pochi secondi in direzione Torino- Mòdane.. Parigi. A lui piaceva scommettere e la spuntò con Madre che disse sì, va bene ci sto...



segue

1 commento:

Roberto Celani ha detto...

Ciao Camilla,

bello e fresco questo mini-racconto autobiografico...

Ne attendo la continuazione.

Roberto