sabato 19 dicembre 2009

ormai solo qui

ormai solo qui
con te
posso dire.

Oltre il rumore
chiamato dialogo
e oltre l'eros,
preteso amore,
le prodezze del verro,
modello erotico
per la riproduzione

E non c'è plurale
ma solo singolare
e l'io deforme,
detto carattere.

Grumi di bisogni
li chiamiamo relazione
e non c'è il padre,
non c'è la madre
e i nostri germogli
impazziti
cercano un nome:
figli.

sabato 12 dicembre 2009

bozza di canzone "l'equivoco sapiente"

io non colgo il senso
di questa mia prigione
- molto ben confezionato -
matrimonio inevitabile
e l'ho sempre sospettato
quando ti trovavo amabile

credo sia soltanto l'abito
della riproduzione
spinta inevitabile
gestita dall'ormone...
Era tutto assai romantico
passionale e ben diverso
io non ne ho nostalgia
era solo un grande equivoco.

Con un manto di erotismo
che si fonda sugli errori
costruito "grande amore"
e di errore, errore.. in errore..
ho l'enciclopedia dei ricordi
credimi vale le pena
era un mezzo come un altro
per arrivare santi all'oggi
inevitabile passaggio
dal passato al presente
io non rinnego niente
io non rinnego niente
ma ora usciamo dal recinto
terminata è la missione
il disegno della specie
non lo fermi adesso tu

mercoledì 29 luglio 2009

bozza canzone numero 10

non ci resta che una canzone
accartocciata nella mente

lentamente poi si apre
e spalanca una passione
di picchiare con le dita
di picchiare sul cruscotto
perchè in viaggio una canzone
... non c'è niente di più bello

ti colora le parole
le emozioni volano alte
e tu sai che bei ricordi
lei saprà confezionare

e ci resta una canzone
a dar luce a una storia
che ti sembra un grande amore
ed è solo un'avventura

ma va bene tutto quanto
ciò che resta è una canzone
lentamente ti apre il cuore
e spalanca una passione.....

lunedì 27 luglio 2009

al caro aplu74

cosa vorresti proporre?

qui il tempo gira come nella betoniera
va e viene
ma soprattutto va...

a presto, super anonimo amico!

domenica 19 luglio 2009

perchè il passato mi consola...

è solo un espediente, per sopravvivere alle brutture, alla volgarità e violenza dell'oggi.
Guardar solo al passato farebbe male, sarebbe sterile nostalgia, ripiegamento su sè stessi.. ma se il conforto del passato diventa motore per il nuovo allora è esperienza esaltante.
Il passato diventa eternità quando appare universale e tutto "torna", tutto ritorna sotto forme diverse...
le cose importanti poi, sono sempre le stesse, quelle lì, dai...
;-)

martedì 7 luglio 2009

bozza della seconda CANZONE :-)

bozza di altra canzone.
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(bozza di un'altra canzone)



* sono andata "via col vento"
e non era certo il film...
devo scrivere di cose
che non sfiorano il tuo "me"
per piacere sta a sentire
non dormir sul tuo caffè
se ci provi puoi capire...

ragionare sulla storia, far girare la memoria
non si può star fermi qui.

"qui" è un posto della mente
che nemmeno sai cos'è (dov'è?)
vedi, amore mio, l'amore...
non sta fermo, se ne va
accompagnalo ti prego non seguirlo qua e là...

perchè dico queste cose
a te che fissi il tuo caffè
sarà il cielo con le nubi
che si abbina proprio a me
ma la storia non la fermi
vuoi venire via con me?

sabato 20 giugno 2009

direi che la canzone è pronta


di un amore a senso unico
che non sai dove si va
per fortuna evaporato
la bellezza ora si da
di filari in autostrada
dell'amore mio di me
per fortuna mi hai lasciata
per poter tornare in me
....
era scritta questa corsa
.. questa corsa in mezzo ai TIR
luogo assai poco romantico
per sognar che fossi tu
noi vediam ciò che vogliamo
ma non era amore in te
e solo amor di amore.... era in me!
.........
era scritto questo viaggio alla canicola
a cercare amore in me
e vediam ciò che vogliamo
ma non eri amore tu...

di un amore immaginato
sordo e un po'sconclusionato
che si sa poi come va
di un amore a senso unico
e poi sai dove si va...
di una spiaggia un po' adriatica
allungata verso te


per fortuna mi hai lasciata
per poter tornare in te *

mercoledì 17 giugno 2009

Grazia

Il bianco porcospino delicato
incontrò Grazia, ma non fu per caso

era il giorno del prato,
della fortuna del presente
era la festa dei vivi e del Vivente

beatitudine di sorseggiare un the
e ridere senza neanche parlare
ogni rito rispettato
per imparare

lei dispiegò le vele e gli insegnò ad amare.

(Grazia)

sabato 30 maggio 2009

"filastroppa" musicabile. per ora incompiuta....

non c'è ancora un titolo


* di un amore a senso unico
che non sai dove si va
per fortuna evaporato
la bellezza ora si da
di filari in autostrada
dell'amore mio di me
di una spiaggia un po' adriatica
allungata verso te
per fortuna mi lasciasti
per poter tornare in me *

venerdì 22 maggio 2009

Riccardo (bozza - il segreto della zia cinese)

Ancora una notte di festa.

Passato un anno ed ero ancora bambina, imprigionata in un bozzolo sempre più stretto che mi costringeva al silenzio, all'immobilità e alla contemplazione di quelle indimenticabili notti in cortile.
C'era la luna ed ero talmente emozionata che mi capitava di ridere di niente.
Alle amiche del cuore (del patto di sangue dirò poi) avevo detto che non ci saremmo viste perché quella sera sarei stata coi grandi.
Loro, un po' incredule e curiose, mi avevano salutata con l'aria di chi non sa.
Non potevo "invitarle" alle Quattrocase perché io stessa ero già di troppo.
Se mi intrufolavo là era perché avevo dei cugini grandi: Vittorio, Paolo e Pinella.

Quella notte la luna stampava gigantesca l'ombra del gelso sull'improvvisata pista da ballo del cortile di Anita.
Come sempre, all'inizio della serata i grandi, chissà perché, indugiavano in lunghe partite di nascondino, almeno così le ricordo. A volte mi era persino concesso partecipare.
Mi sfugge il repentino passaggio dalle risate, dal rincorrersi, dai nascondigli impossibili e schiaffoni sulle spalle ai meno veloci al rito della "festa da ballo".

Forse era il sopraggiungere dell'oscurità ma.. di colpo, ancora col fiatone, c'era un gran tramestio, il tipico rumore di sedie trascinate per far spazio, la frenesia di preparativi più rapidi di uno sparecchiar tavola.

E poi il giradischi.
Tutti quelli che hanno un cuore evocò il silenzio rituale e il sottile chiacchiericcio di sottofondo che ben conoscevo.
Mentre frugavo fra i quarantacinque giri notavo volti nuovi di cantanti americani, francesi... italiani e persino negri come si diceva allora del tutto ignari dell'accezione negativa del termine.
La voce che cantava "tutti quelli che hanno un cuore" apparteneva a una ragazza bionda dai capelli cotonati.
Tutti ciondolavano già nei loro lenti ed io pensavo che prima o poi sarebbe toccato anche a me una simile delizia. L'avevo capito dai loro sguardi e da mille particolari d'infinita sensualità che coglievo ad ogni passo, ad ogni minimo gesto di quei corpi fin troppo languidi.
Come una spia nella casa delle "carezze" mi aspettavo novità strepitose, tutto me lo faceva presagire e, costretta ormai al mio ruolo di cronista me ne stavo acquattata a terra in posizione strategica con visuale dal basso. Del tutto inosservata avevo finalmente la situazione sotto controllo.

All'improvviso ecco Riccardo, un ragazzo che veniva da Torino.
Era appena arrivato con la sorella Clara, l'unica magra come me.
Ci avevano confrontate... non avevo capito chi fosse la più magra ma la cosa mi aveva comunque gratificata. (Che avesse ragione il pediatra quando diceva a Madre che sarei cresciuta? - vedrà - predicava lui - la Venere tascabile metterà tacchetti e reggipetto -).

Dicevo di Riccardo: un tipetto agile e sorridente, nel suo maglioncino blu si agitava molto e aveva gli occhi di un azzurro radioattivo, penetrante.
Ero abbacinata dal colore di quello sguardo così intenso. Uno sguardo che, distrattamente, mi aveva accarezzata come fossi il gatto di casa.
Doveva essere un elemento destabilizzante questo Riccardo.
Quei riccioli biondi e il suo fare un po' esagitato mi fecero temere.
Gli sciagurati avrebbero potuto vanificare il mio appostamento da paparazzo, là sotto il tavolo, a guardarli mentre ballavano i lenti.
Avevo intuito perfettamente.
I balli furono interrotti, un rapido conciliabolo fra pochi eletti ed era partita l'iniziativa...
Non riuscivo a sentire le loro parole, bisbigliavano appena interrompendosi solo con fragorose risate subito represse dai leader

Dovetti osservarli a distanza per timore di essere cacciata come spia e li vidi allontanarsi mentre Petula Clark finiva la sua canzone. Ben presto erano tornati con delle bottiglie di vino...

Nessuno ormai si occupava seriamente della musica, i dischi venivano appoggiati a caso, erano diventati la copertura di qualcos'altro. Io ero piuttosto contrariata, mi stava sfuggendo di mano il servizio che prevedeva scene piccanti per la mia sensibilità di bambina magra con le occhiaie.

Vittorio, Riccardo, Giacomo e Sofia erano quasi fuggiti e noi lì ad aspettare.
- sono andati al pollaio di Anita... - Clara era come assente.
- cosa ci fanno col vino? -
- non ho capito... - aveva detto Clara sempre più disorientata.
- boh!... siamo rimasti in pochi a ballare -
- ma se neppure balli tu! - Clara mi aveva sorriso.

A un certo punto si sentirono le galline furibonde, svegliate bruscamente, lanciare qualche grido strozzato, poi qualcuno aveva chiuso il cancello di furia e non si capiva proprio nulla, la musica era ormai una miagolante colonna sonora di misteriosi fatti.



SEGUE....

venerdì 8 maggio 2009

E così bisogna pensare ad altro...

La fanfara degli "eventi politici" italiani.
Non faccio a tempo a concentrarmi su un post (qui) su una nota (facebook) che l'angelo-dragone televisivo interrompe le mie riflessioni alle quali tengo molto.
E così bisogna pensare ad altro.
Come sempre mi si dirà di spegnere il televisore ma non è questa la soluzione, un po' come dire elimina il telefono perché c'è un maniaco che ti molesta di notte: non è così.
E poi è dura, sovraesposti come siamo, scegliere le cosiddette notizie.
A volte a decidere è la disposizione dell'animo.
Dunque si discute di veline.
l'argomento sarebbe soporifero più del valium se non fosse che, per mille rivoli, ci riporta comunque a considerazioni serie - per chi le vuole fare - sul costume nazionale, più marcio di un wurstel dimenticato dietro il frigo e tanto puzzolente a causa della sua assurda, prolungata invisibilità.
Da molti anni la televisione ha indotto modelli di vita deteriori che tutti condanniamo a parole - mai sentito genitori lodare veline, grandi fratelli e talpe - ma si da il caso che i famigerati book delle minorenni siano ormai talmente tanti da far concorrenza al numero di vagoni in partenza per Lourdes.
Un fenomeno inarrestabile non tanto per la colpevole offerta quanto per la oceanica richiesta. Smettiamola di credere che la verginelle e ancor peggio i loro genitori siano vittime della trappola mediatica.
La realtà è che un'orda di genitori ha cambiato la scaletta dei propri valori e investe nella propria figliola come su di una bella vacca frisona (gran razza da latte).
Le minorenni per quanto scaltre, edotte sul successo, la vita e il sesso, procedono gioiosamente telecomandate dalle loro madri-matrone, vere ideologhe del successo ad ogni costo e di spregiudicatezza sventolata quasi come valore emancipatorio !
Ci sono due possibilità: mia figlia è piuttosto bella / mia figlia non è bella.
Di quest'ultimo caso non importa proprio a nessuno perciò la poveretta si destreggerà a fatica facendo leva sull'intelligenza e annaspando in mezzo all'oceano dei raccomandati.
Nel primo caso, obiettivamente Mefistofele ha buon gioco:
gli basta scuotere anche poco il fragile alberello della tua triste coscienza di genitore frustrato e alla frutta per convincerti che è cosa buona e giusta scaraventare tua figlia nel tritacarne di un casting e poi della competizione più sfrenata.
Academy, come X factor, sono trasmissioni piacevoli e quasi innocenti in confronto alle coscenze malate di "pseudo genitori".
So che è difficile arretrare davanti alle lusinghe di Mefisto. Se cedo alla nera vaselina che mi porge sono colpevole poichè ho fallito nell'indicare alla mia figliola la via più difficile, più autentica e reale.
Posso invece assolvermi se è Mefisto stesso a suonare il campanello... a venirla a cercare... con mazzi di rose e preziosi doni?
A voi che leggete lancio il boccone avvelenato...

(SEGUE)

domenica 12 aprile 2009

c'è una stella e un tuono, e penso a te, camilla l'ambrimba...e alla bella notte che ti sia, chiunque tu sia...
M.D.C.

venerdì 27 marzo 2009

Le SS da Boves e il rapimento del pastore belga (bozza)

Di cosa sia il karma si può farsene un'idea tornando indietro, poco tempo dopo la gita di Olga e Madre ad Asti.

Dopo il 19 settembre 1943, giorno del piccolo olocausto di Boves.

Infatti a Boves il maggiore delle SS Joachim Peiper e i suoi soldati avevano incendiato tutto, lasciando solo rovine fumanti e morte.
Dell'efferatezza di questo manipolo militare si tramanda ancora l'assoluta apparente insensatezza.
Il curato e l'impresario erano stati costretti a recarsi, impugnando una bandierina bianca, a trattare coi partigiani sulla collina.
I partigiani dovevano scendere altrimenti l'avrebbero pagata i civili ma nonostante fossero scesi dalla collina ciò non era valso a nulla.
Qualche raffica di mitra aveva fatto accasciare al suolo sia il prete che il ricco signore.
Poi qualcuno aveva gridato forte e dopo essere stati cosparsi di benzina i due uomini avevano preso fuoco, mentre erano ancora vivi.
Con questo gesto Peiper stava dicendo che il popolo ariano era superiore a tutti anche alla buona borghesia e persino a Dio che erano lì rappresentati, nei corpi ammucchiati a terra e in fiamme.

E un giorno quegli stessi militari sarebbero arrivati a Quattordio.
Madre era tornata a casa e non aveva trovato Bobi (in arte Lenin), il suo magnifico pastore belga.
Era sparito anche il fratello Peppe, s'è per questo.
Madre non sapeva cosa stesse accadendo, uno strano silenzio, qualche mormorio, poi le avevano detto che i tedeschi si erano portati via Peppe e il cane.

Fino al 1999 la sua versione era stata la seguente:
Madre prende e va al comando delle SS (non risulta che nessuno in famiglia se ne fosse accorto)e davanti ai militari dice semplicemente:
"scusate... qualcuno ha portato via mio fratello e il cane. Potete fare qualcosa?..."
Un po' di difficoltà a comprendere la bella figliola ma poi capiscono e qualcuno si allontana.
Nell'attesa Madre vede giovani soldati di bell'aspetto che le sorridono ma ne ha paura, si guarda un po' le dita nervosamente intrecciate poi tira indietro i capelli e non sa nulla.
Aspetta.
Un militare, forse il più alto in grado, ottiene che portino al suo cospetto sia Peppe che lo scodinzolante "Lenin". Madre è certa che a loro dispiaccia molto restituire il cane ma il militare sembra comunque porgere delle scuse e i tre possono finalmente tornare a casa.


Il giorno successivo muore Renzo, un giovane amico che durante un rastrellamento tenta la fuga. Una raffica di mitra lo fa crollare al suolo sotto gli occhi della sua ragazza, di Madre e di tutti gli amici che si trovano la sera nella stalla a scherzare, ballare...giocare.
Adesso qualcosa è cambiato e a lungo la stalla resterà vuota.

lunedì 23 marzo 2009

papà e l'Ammiraglio (ancora bozza)

necessariamente devo volare altrove, poi se ne comprenderà la ragione.
.........


Papà stava per essere arruolato nei sommergibilisti, cosa di cui sarebbe sempre stato orgoglioso. Diceva che in quel corpo ci vanno solo quelli col fisico perfetto.
Non so come avesse concepito questa idea ma io gli ho sempre creduto.

Ai tempi la bisonna Mainìn aveva sentenziato:

Fintanto che a o ma ghe dixan ma, u no saia mai ben, finche al ma(re) lo chiameranno ma(le) non sarà mai bene.
Aveva fatto fosche profezie sulla guerra (tutte puntualmente realizzate)
e aveva dato consigli importanti a papà prima che andasse per mare.

Questa donna stravagante (che parlava in francese col dottore per non rivelare della propria cardiopatia, il loro segreto) era oltremodo pessimista sulla guerra e anche sulle sue conseguenze.
.......
........

Si era consultata con lo zio di papà, allora Parroco di Castelletto e aveva chiesto e recitato tante preghiere con la solita coronetta.
Papà fu perciò a lungo consigliato da entrambi, scoraggiato, incoraggiato, stupito e alla fine incuriosito al punto che, come tutti i giovani, si apprestava a quell'esperienza con incommensurabile fatalismo.



Per qualche "karmico" giro di giostra fu poi dirottato in marina dove in piena guerra avrebbe passato momenti indimenticabili a fianco dell'Ammiraglio, quello che lui avrebbe sempre chiamato il Comandante.
Era stato così fortunato da diventare attendente del generoso e amabile concittadino, genovese "purosangue" di Quinto al mare.

All'isola della Maddalena l'Ammiraglio Albino gli aveva da subito dato confidenza: ti parli zeneize?
Finalmente avrebbe potuto parlare in genovese e inoltre papà gli era anche molto simpatico. Insomma si erano piaciuti subito.


Si trovavano all'isola di Spargi (asparagi) quando l'ammiraglio lo aveva portato con se in una sorta di palude e gli aveva insegnato a trovare le uova di gabbiano e gli asparagi selvatici.

Sulle prime non avrei capito il finale di quell'avventura ma dopo un lampo di gioia negli occhi di mio padre ne avrei avuto certezza: con gli asparagi selvatici e le uova di gabbiano avrebbero cucinato una frittata, arrivata, credo, per tradizione orale, fino alla quarta generazione della mia famiglia e della famiglia Albino.

Ora pare evidente che la preoccupazione più grossa - dopo i bombardamenti e le condizioni del mare - fosse la continua sfida culinaria intrapresa dall'ammiraglio col/al suo fedele attendente.

Proverbi, battute caustiche. Erano entrambi spiritosi e credo che in alcuni momenti l'umorismo abbia attutito persino il fischio dei siluri, almeno questo è ciò che è arrivato a me dalle parole di papà e da quelle (quarant'anni dopo) riferite dai figli dell'Ammiraglio

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Un giorno l'Ammiraglio aveva ricevuto in dono un enorme grappolo d'uva, grosso come una zucca anzi di più, le mani di papà si agitavano dall'alto al basso e poi di lato per descrivere l'impossibile.
E dato che l'ammiraglio aveva sposato una donna molto più giovane di lui, che era già in età matura, ne era evidentemente talmente innamorato da concedere a Franco un particolare permesso (non ricordo con quale pretesto militare) per portare l'enorme grappolo alla giovane moglie
e papà avrebbe beneficiato di una licenza per tornare a Genova.
Dunque mio papà era partito in missione speciale con il grappolo, quasi una piccola creatura.
Alba, così si chiamava la giovane donna bruna, più alta sia di papà che dell'ammiraglio, aveva accolto con grande entusiasmo il grappolo fra le mani di questo giovane che tanto ispirava fiducia al marito.

Era stato così che papà, ad ogni licenza genovese, si era preso cura dei figli più piccoli dell'ammiraglio, avrebbero potuto essere tutti suoi fratelli e quante volte mi avrebbe ripetuto che Adolfo, ora capitano di lungocorso, con la sua bella divisa bianca, lui se l'era portato su e giù per il giardino di Pria Ruggia sulle spalle, per farlo divertire.
In fondo si era divertito anche lui, accolto in quella casa come in famiglia.
Dopo la guerra in casa Albino sarebbe rimasto il suo letto in ferro battuto in una stanza della villa.
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Possiamo dire grazie al comandante se papà in seguito sarebbe stato completamente autonomo nel cucinare, rassettare e persino farsi uno stravagante bucato.

domenica 22 marzo 2009

il ritorno al coprifuoco. (bozza)

Olga e Madre si erano talmente divertite che si era fatto tardi.
Il crepuscolo le aveva colte impreparate e stava diventando buio.
Sulla statale pedalavano leste e si erano ammutolite, a casa le aspettavano per cena e avevano una dozzina di chilometri da percorrere..

Del metallo pareva luccicare in lontananza tra i filari di pioppi, almeno sembrava.
Le belle incoscienti erano ora preoccupate per i catarifrangenti delle bici che riflettevano qualsiasi luce. E nascosti chissà dove che potevano vederle c'erano i tedeschi armati.

(quando è tornato zio Mario dalla Russia?)

Il film, il the con le ragazze di città, le risate... avevano lasciato spazio al silenzio e alla paura, sicché cominciarono a canticchiare piano per darsi coraggio.
Ogni tanto un risolino nervoso dava l'energia per pedalare come il vento.
- ci daranno le botte - diceva Madre.
- no, le daranno a me che mi vedono per prima, stai tranquilla - rispondeva Olga sbuffando via una ciocca color del miele che le tormentava la fronte.
- Claudio è bello, colto.. visto com'è gentile?-
- già -
- quante arie si davano quelle -
Adesso avevano freddo, nel buio il silenzio pareva aumentare sempre più, le frasche d'acacia crepitavano tremando alla brezza e ombre sempre più lunghe parevano abbattersi su di loro come punizioni.

(19 settembre del 1943: sono trascorsi solo undici giorni dall'armistizio. Il racconto dell'incendio può iniziare )

Quanti alberi avevano visto correre quella sera, quanto avevano corso a perdifiato nel buio ormai totale.

Come previsto l'unica a prender le botte fu Olga e madre la passò liscia:
- eh! se la sono presa prima con lei così a me hanno fato poco e niente -
diceva sempre madre e ogni volta rabbrividiva all'idea del pericolo, dell'angoscia di chi le aspettava... ma son cose che noi giovani neppure immaginiamo, travolti dal vento dell'incoscienza


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Il maggiore delle SS Peiper , l'incendio di Boves, il prete e l'industriale Vassallo fucilati e dati alle fiamme in agonia



SEGUE

martedì 17 marzo 2009

al cinema in casa dei parenti, ad Asti.(bozza)

Bisogna fissare un cielo estivo senza luna per capirci qualcosa.
Le parole di Emanuele squarciano sipari spazio temporali.

Sarò suggestionabile ma sto lentamente collegando il tutto.
Il piccolo quadro era il ritratto di Jose.
Mai seppi chi fosse colei che mi poteva scorgere in mansarda mentre leggevo Miller e Peyrefitte.
Ho buone ragioni di credere che fosse proprio la sorella di Claudio, uno dei giovani universitari che aveva conosciuto Madre, in una leggendaria gita in bicicletta nel lontano 1943.
Erano partite la mattina presto in bici, dal paese, per andare ad Asti, dai parenti protestanti, la bella Olga e Madre, amiche del cuore.
Erano effettivamente complementari: occhi azzurri e bionda Olga; bruna, occhi grandi e un sorriso così.. la mia mamma.
La bella esuberante Olga veniva da Genova e la sapeva lunga
Madre mi avrebbe spesso ricordato il senso dell'umorismo, la bellezza e un'aria di città che tanto le rendeva amabile Olga.
Madre era stata con lei a Genova, al mare.. avevano mangiato i muscoli cotti nella lattina sullo scoglio... poi, al largo, l'immagine di Olga che pareva accarezzare l'acqua con meravigliose bracciate, lente e possenti.


- Madre non immaginava che, anni dopo, avrebbe conosciuto in Piemonte un marinaio genovese, il mio irrequieto papà che, chissà perché, in licenza, era arrivato a Tortona dove allora abitava Tonia, "la zia cinese" appunto. E dopo pochi mesi si sarebbero sposati -


Meglio riprendere il filo, questo ritratto di famiglia è già assai aggrovigliato sotto molti aspetti. Dunque, per tornare alla visita ai parenti valdesi, Olga e Madre non avevano alcuna scelta per l'abbigliamento. Era già molto nutrirsi adeguatamente come aveva la fortuna di fare lei in campagna, ma... vestiti, scarpe.. nel mezzo della guerra, quelli erano solo sogni.

In un futuro anteriore le due sciagurate avrebbero riso fino alle lacrime al ricordo di essere entrate nel salotto borghese, vestite da profughe.
Olga indossava infatti un paio di scarponi militari e madre un paio di zoccoli restaurati e abbelliti riducendo parte della suola e aggiungendo decorative strisce di pelle...
Questo erano in realtà: due belle figliole mal vestite, ridanciane e incoscienti.

La villa era ben arredata e i cugini molto ospitali e gentili.
Claudio era bello, slanciato e studiava medicina e a parte i fratelli, i giovani studenti (e alcune signorine ben vestite) erano tutti fra l'adolescenza e la gioventù.

Nel racconto delle amiche ormai più che trentenni tutto sarebbe diventato più vago ma una cosa avrebbero ricordato con gran serietà: in quella casa c'era una stanza adibita a proiezioni cinematografiche.

Non fu mai possibile sapere che film avessero visto mia madre e Olga poiché troppo impegnate a ridere degli zoccoli, degli scarponi e.. di quanto, seppure affascinate, si sentissero fuori posto in quel luogo.



SEGUE...

mercoledì 11 marzo 2009

Il piccolo ritratto

A casa della zia , per la scala che conduceva alla mansarda, c'era un piccolo quadro,
ritratto di adolescente pallida in golfino colorato ,
io l'avrei intitolato così.

Nel salire le scale avrebbero detto che c'era molta somiglianza fra Jose, la ragazzina del ritratto, e me.
Lo dicevano ogni volta che si andava a trovarli e mi dava sempre fastidio.

Io non mi vedevo nella diàfana fanciulla innocente, io non ero innocente.
Forse le somigliavo in quella vaga espressione di vergogna, espressione che avevo a dodici anni e che avrei ben presto trasformato nell'aria antipatica che ho tuttora.

Il quadro dicevo, era quadro d'autore, non una crosta qualunque ma chissà dov'è finito e non ricordo , nè saprò mai chi fosse l'autore.
Rimane solo il ricordo di quel paragone fra me e la ragazzina.
Loro dicevano fosse una lontana parente valdese.

Che fosse Valdese l'avrei saputo molti anni dopo a Cannes, da Emanuele, in vena di confidenze e di amarcord.
Avrei dovuto intuirlo a suo tempo dall'imbarazzo dei familiari che poco riferivano di questa lontana e in fondo eretica parentela.

Il ricordo delle giornate a casa di zia Tonia, è velato di malinconia e di sensi di colpa.
Non appena loro scendevano in soggiorno, io mi avvicinavo circospetta e già colpevole alla libreria di Emanuele dove certi libri mi apparivano in qualche misura clandestini proprio perchè nessuno li nominava.
Immobili e abbandonati gli uni addosso agli altri, essi stavano là a stigmatizzare il peccato, la deboche.
E io sapevo dove cercare.

Ogni volta che individuavo un racconto saporito e non avrei potuto terminarne la lettura , lasciavo un invisibile segnalibro per riprendere durante la visita successiva.
Così associo Jose, il mio santo ed eretico alter ego, alle fughe in mansarda, a spiare la pagine peccaminose.

Ai tempi bastava poco per farmi sentire in stato di peccato ma ogni volta qualcosa riusciva ad accendermi le pallide guance, l'udito distorceva i suoni di un the con le paste e lo relegava in lontananza, permettendomi di immergermi nell'erotico silenzio.

Moravia, Pavese,Miller, Levi, Ginzburg, Nin, Maupassant, Gide e quello strano autore dal nome luciferino: Peyrefitte.

Oltre il Rosario sopra il letto esisteva dunque un'altra presenza in casa della zia, c'era forse un demone innominabile e innominato?
mi dissi che se il demonio si manifestava in questi modi io sarei stata eternamente peccatrice.

domenica 1 marzo 2009

LA RELIGIONE AMOROSA
(sarebbe più emozionante l'amore)

caro Presidente,

non vorrei essere nei suoi panni.
Fossi in lei affitterei una mongolfiera e mi farei un giro, dall'alto dev'essere un'altra cosa.
Io, per me, mi sento al di sopra del tempo, mentre alterno i ricordi al presente, vede come sono agile?

Oggi parlavo di Pavese e mi sono sentita viva solo per questo...
E' chiaro che quando si vive in un presente impresentabile si scappa nel passato!
Mi trovo decisamente meglio coi vecchi amici, coi... morti e con una natura che era ancora in discrete condizioni di salute.
Anche il clima, non è che fosse solo diverso, semplicemente era il clima di qualche migliaio d'anni fa e forse anche di più, quindi sapevo come fare:
aprivo l'armadio e c'erano quattro - dico quattro - modi di vestire diversi, ora ridotti a due.

Per tornare all'amore, col quale ho esordito, l'amore è in fondo un "tendere all'assoluto" e quindi alla lunga può risultare pesante come una serie di precetti religiosi:
non essere possessivo, non essere geloso, non tradire, prenditi cura dell'altro, lascia in pace l'altro, aspetta l'altro, spiega all'altro, prova ancora a spiegare all'altro...
E allora eccomi di nuovo bambina, al mare, quando non sapevo niente della religione amorosa.
Intanto dalla fermata del bus (mi pare fosse in via Medici del Vascello) dove c'era la allora grandiosa, ora estinta "Piaggio", vedevo il mare e i cespugli e quei meravigliosi alberelli che ho sempre chiamato finocchio selvatico e mi arrivava alle narici un forte alito di mare, quasi il sospetto di un orgasmo.
Il profumo era quello del mar ligure, del sale, delle alghe e soprattutto dell'ambra solare.
Attraversava le file degli ombrelloni, la doppia corsia di corso Italia, arrampicandosi in salita fino a me che spasimavo per un tuffo "a bomba".

L'amore che era già in agguato, il profumo del mare misto a quello di crema solare mi eccitavano al di là dell'idea di un tuffo scomposto.
Sono assolutamente certa che, anche là, Eros mi era vicno, mi turbava senza che lo potessi riconoscere, neppure in quel caso.
Anche adesso se chiudo gli occhi e ci ripenso ricordo la zaffata erotica che riusciva a stordire me così brava a nascondere il turbamento.

Andare ai bagni nell'era del benessere e dell'Ambra Solare era facile.

SEGUE...

sabato 28 febbraio 2009

Cose piccinn-e

Semmo cose piccinn-e
arrigolae in sci-a battiggia
da-o ma ch'o n'assegoggia
e, adaxo adaxo, o ne consumma.

Comme tante fucciàre
aggrappae 'n tu pattumme
ne rebella-a resacca
sciu e zu a piggia o scotizzo
sotta-a secchea do so.

Poi, vegne 'na spassoia
e tutti a n'arracheugge,
anche quelli ciu fucchi
che se demoavan sempre
a mettine a-o landon.

Alloa femm'o o stramuo:
seremmo i euggi e, a-o scuo,
andemmo a giandonna dov'eimo ancon
o giorno primma da nascion.

(Gigi Boero)

***
trad.
Cose piccole.
Siamo cose piccole rotolate sulla battigia dal mare che ci assottiglia e, adagio adagio, ci consuma. Come tante inezie raggrinzite nel pattume ci trascina la risacca su e giù a prendere la scottatura sotto l'arsura del sole. Poi, viene una scopa e tutti ci raccoglie, anche quelli più furbi che si divertivano sempre a metterci alla berlina. Allora facciamo il trasloco chiudiamo gli occhi e, al buio, andiamo a gironzolare dove eravamo ancora il giorno prima di nascere.

mercoledì 25 febbraio 2009

a spasso per la Croisette

mentre appoggiavo la borsa sullo scalino, Emanuele chiudeva il portabagagli. Lo aveva fatto con gesto molto secco.
Il sole abbagliante, anche se lo rifuggivo con lo sguardo, si rifletteva sulla bianca via del silenzioso quartiere e raggiungeva i miei occhi feriti dalla mancanza di sonno e da un pianto breve.
- adesso ci mettiamo comodi, una bella doccia e poi usciamo, va bene? -
il portone si era chiuso alle spalle di emanuele e finalmente potevo vedere la famosa casa, quella di cui solo io ero a conoscenza.
- ma dopo andiamo a mangiare, ho già fame e tu? -
Lo avevo detto pur sapendo di irritarlo e lui, prendendomi in contropiede, mi aveva proposto di andare al Casino.
Ora, lui ben sapeva che Claudio (quello che non si sapeva se mi avesse lasciato
o meno) era un giocatore incallito ma per rompere gli schemi mi stava propnendo di andare esattamente nel luogo simbolo della nostra separatezza di fondo.
Rideva il criminale, si beffava del mio mal d'amore.
Lo guardavo di sottecchi e lo vedevo ridere di soppiatto.
- sei proprio stronzo però! -
- dai, così ripassi la lezione e quando tornerete insieme lo batterai a black jack -
sapevo che era uno dei suoi modi di distrarmi, un'apparente crudeltà che in realtà era prendersi cura della squinternata Camilla.
In effetti raramente ero stata in un posto così elegante e mai come ospite.
FAcemmo il giro del giardino che risentiva di almeno sei mesi di mancata manutenzione, erbacce un po' dappertutto anche ai piedi del putto di pietra che sotto la palma stava in posa plastica a reggere qualcosa che non c'era più..
- qui bisogna bagnare per ore - disse lui controllando attentamente
Alzò lo sguardo al piano di sopra e apparve madame Germain che gli gridò che c'er siccità.
- me ne sono accorto - mormorò fra sè e sè Emanuele che tanto amava il verde da essere il terrore di zia Maura alla quale aveva potato la siepe di rose selvatiche con grande zelo.


Mentre lui spiegava che fra me e Claudio c'era solo un rapporto (malato) di interdipendenza eravamo arrivati a piedi al Casino.
Protestai per l'eccessiva presenza di donne croupier, tutte, a mio parere, esageratamente carine.
A un certo punto però, dopo che lui ebbe puntato sul 13 mi diede una lieve gomitata.
- che c'è - avevo detto ad alta voce nel brusio delle voci numeriche e nel tintinnio delle fiches che tanto detestavo.
C'era Omar Sharif.
Stava là senza che nessuno lo indicasse col dito o richiamasse l'attenzione su di lui.
stava giocando da un pezzo, ormai me ne intendevo, e stava sicuramente perdendo, lo vedevo dal modo di staccare vere banconote da una specie di spillo e ad ogni strappo la banconote perdevano un frammento di carta. Questo ce lo rese un po' antipatico e facemmo considerazioni su quanto fosse lontano dal regale personaggio interpretato in Lawrence d'arabia.

poesia zeneize

tramonto a Riomazzo


o meistra o se giou de tramontann-a
e o ma, che primma o l'ea tutto pegoete,
oua o pa 'na ciassa d'arme dove
e raffeghe de vento s'arrubattan.

Poi, tutt'assemme, o ce o se spacca
e o me porze un tramonto ch'o pa
faeto de luxe d'ou ch'a vive
tremando in cimma a e case antighe

ch'en lì ammuggiae comme vegette
tutte abbrensuie che se riparan da-o vento fresco da buriann-a.

Da-a scuggea se sente ciammà un pescou
che, in barca, o l'é andaeto a sarpa i attressi primma
che a neutte-a mange o poco ciaeo che ghé arrestòu.

(Gigi Boero)


***
trad.
tramonto a Riomaggiore - Il maestrale si è girato di tramontana e il mare, che prima era tutto pecorelle, ora pare una piazza d'armi dove le raffiche di vento si avvoltolano. Poi, improvvisamente, il cielo si spacca e mi porge un tramonto che sembra fatto di luce d'oro che vive tremando al sommo delle case antiche, che sono lì, ammucchiate come vecchiette tutte rabbrividite che si riparano dal vento fresco della buriana. Dalla scogliera si sente chiamare un pescatore che, in barca, è andato a salpare gli attrezzi prima che la notte mangi il poco chiaro che è rimasto.

domenica 22 febbraio 2009

il "Lido" di Palmaro, bozza

la piccola spiaggia del Lido di Palmaro non esiste da molti anni ma è rimasto nitido nella mente l'affresco di un luogo che ora non c'è più e che, nella memoria, luccica ancora di luce abbagliante.
Vedo la rotonda sul mare e sento in lontananza i suoni della spiaggia: grida di bambini e, quando il mare è appena mosso, il tonfo delle onde che si rincorrono rapide e poi schiantano a riva, raschiando la ghiaia nera con crepitio di risacca.
Non è un "brodino romantico" questo, ma la storia di una spiaggia inghiottita dal cemento, al punto di farti perdere ogni punto di riferimento.
Ciò che prima era in basso... ed era una baia, ora sporge, immenso piazzale oltre il quale non ci sono più nè bambini nè ombrelloni.
E' sparito un cammeo e al suo posto c'è l'enorme porto container all'uscita dell'autostrada, Voltri: A 26.

A suo tempo si era costituito un comitato dei pescatori che avevano là le loro barche, i gozzi.. avevano lottato strenuamente con ogni mezzo e dopo qualche anno, passando da quella parte della costiera avevo chiesto dei pescatori.

Uno di loro mi dice con un solo sguardo e due parole che sono stati sconfitti, la prolunga del porto si è mangiata tutte le spiagge del tratto: bagni Sole, bagni Italia.. il Lido. E i pescatori, nell'attesa di avere giustizia, sono morti. Sì, quasi tutti.
Quello che vedo ora è solo l'orrore del cemento, dei cassoni appoggiati uno sull'altro come pezzetti del Lego. Verdi, neri, rossi. Altissime gru sembrano marcare il territorio come mostruosi giganteschi ragni in lontananza.

tutto questo è una vera e propria rapina e non mi do pace all'idea che il sovrastimato traffico del porto container abbia fatto esplodere, così... un pezzo della mia vita.
In nome del profitto di pochi.. io e i pescatori guardiamo l'orizzonte con un buco nell'anima.

Voglio che si sappia del Lido di Palmaro, di quanto fosse bello, anche se tutto è impermanente... anche la spiaggia dove sono stata felice.

********

Scendo all'ora di pranzo, la sabbia è rovente e mentre sprofondo in un inutile tentativo di corsa vedo gli amichetti, sono già in acqua e in aria il profumo della frittura di pesce e la sensuale fragranza del pesto mi fanno dubitare: ho davvero voglia di fare il bagno? ma il dubbio si scioglie non appena vedo il bagnino Sereno, di nome e di fatto.
SEGUE...

a spasso per la Croisette

Emanuele aveva tirato il freno a mano, eccoci a Cànnes.
Da avenue dès Esperides avevamo girato l'angolo e voilà.. in fondo a Rue Jean Cresp c'era un campo di petanque e infiniti alberi di eucaliptus, dalla parte opposta si andava verso l'interno prima del sottopasso de la Californie.
Faceva caldo ma la brezza portava non so quanti profumi. Avevo visto la spiaggia sotto la Croisette e ora ci trovavamo con poco bagaglio davanti a casa.
Eravamo in un posto che mi sembrava strategico, a due passi il vecchio casino, Port Cànto con la sua bettola con le tovaglie di carta, più avanti il nuovo Casìno e ad est la Baia del Moure Rouge.

(Alla Baia del Moure Rouge, non lo sapevo ancora, ci sarei tornata tante volte, ogni volta con uno stato d'animo diverso).

"Fratello" Emanuele mi aveva portato là per distrarmi.
Secondo lui ci voleva un posto come quello per estirparmi la perniciosa ossessione. Non faceva che ripetere che C. non faceva per me. Ci eravamo persi e non si capiva neppure chi avesse lasciato chi, oggetto questo di lunghissime diatribe alla fine delle quali Emanuele, sfinito, diceva che non aveva nessuna importanza scoprire chi di noi due avesse lasciato l'altro, ciò che non andava era proprio la spaventosa ambiguità di quella storia.
Poi si sperticava con l'incoraggiamento...

"A parte quell'orrendo trucco che metti negli occhi sei una bella ragazza" diceva.
" sono brutta" dicevo io, tanto per dire.
" non mi far incazzare.. intelligente, spiritosa e hai un corpo da statua...Cosa vuoi di più?"
SEGUE...

mercoledì 18 febbraio 2009

il giradischi ( bozza )

il giradischi di Piero era un dettaglio trascurabile per i vari cugini, amici dei cugini... al punto di essere appoggiato a terra, quasi dimenticato.
Avevano deciso di ballare sotto il portico, avevano sbaraccato in fretta, la fretta che i vecchi del parentame erano accorsi a contenere con discutibile saggezza, la loro vecchia saggezza che mi appariva assai molesta.

Tutta la preoccupazione per i vicini anziani che forse erano andati a dormire mi infastidiva, mentre loro, quelli più grandi, ribadivano che avrebbero fatto attenzione... non avrebbero rotto le vecchie sedie impagliate e nessuno avrebbe toccato i pomidoro, coricati per benino nelle cassette di legno grezzo.
Io quei pomidoro li vedevo in pericolo, rossi e appena colti, in mezzo a tutti i piedi danzanti. ma per fortuna qualcuno salì la scala a pioli e li fece rapidamente espatriare lassù, nel fienile, dove sembravano piccoli esuli rossi, prigionieri politici in mano alla gioventù cui mi stavo ispirando per il mio personale debutto.

Ero dunque molto attenta a ciò che accadeva, notavo ogni cosa che erano certi di nascondere, anche i loro sorrisi complici.
Ci guardavamo, Alessio ed io, i piccini della compagnia, e ci facevamo spazio a fatica, tra involontari spintoni, bisognava stare attenti perchè ci avrebbero cacciati da un momento all'altro e non vedevano l'ora.
Alessio aveva accennato un goffo tentativo di danza subito interrotto dalla vergogna, in effetti era negato, io al contrario sentivo un furore
di taranta che non potevo esprimere (solo anni dopo mi sarei iscritta a danza) e provavo una specie d'invidia mista allo strano, piccolo dolore di essere incatenata all'infanzia, costretta a una "immobilità di rango".
Così mi sembra opportuno chiamare la condizione di aspirante ragazzina.

Dopo il twist e alcuni passi di latino americana qualcuno spense la luce e puntò diritto verso il giradischi creando una bolla di silenzio molto simile a quelle delle prove degli orchestrali (subitaneo tonfo di grancassa, stecca di tromba, poche sparpagliate note di piano e gemito di violino).
Ciò che accadde dopo mi segnò per la vita.
Ad uno ad uno, ragazzi e ragazze, per un misterioso criterio oppure per magia, si cercavano, apparentemente a caso, col semplice gesto di allungare la mano, porgendola all'altro come per dire io ho scelto te.
si vedeva che quasi tutti avevano fatto la scelta giusta.. senza alcuna consultazione.. ed ero emozionata mentre le note calde del primo lento mi attraversavano la pelle fino alla carne che quasi tremavo, per la frescura e la percezione di Eros, insolita presenza, una sorta di affanno collettivo, quasi palpabile che mi turbava senza volto e senza nome.
Il disco in vinile era "Hey Paula".

Una voce acerba ma calda mi aveva fatto trasalire, ero in preda a un sentimento di cui non sapevo nulla. Dopo quello struggente "..hey Paul" aveva risposto la voce pastosa e calda di lui. Intanto tutti si erano abbracciati, ciondolavano chi con lo sguardo perso e chi con la faccia nascosta sulla spalla del partner e io lì, di fianco ad Alessio. Lui, a testa bassa a raschiare col coltello un bastone di legno (ci sarebbe stato utile il giorno dopo per attraversare i campi da casa sua a casa mia) e io che non sapevo nè potevo ballare, ero la più piccola


Ero esattamente nello stato d'animo di chi si trova affamato ad un sontuoso banchetto dove ci sono tempi e modi da rispettare.
Mi capitò così, nell'attesa, di allontanarmi un po', verso la vigna, per dare uno sguardo al cielo senza luna, nero.
Se solo mi allontanavo oltre il cortile i grilli erano a loro volta in grado di stordirmi e di erotizzarmi esattamente nella direzione opposta, verso un imprecisato senso d'infinito che forse solo il cantico di cento grilli ti può regalare.
Non sapevo gestire e nemmeno ci provavo a cucire stati d'animo tanto diversi, opposti.

Ancora una volta non sapevo dare un nome alle piacevoli procelle emotive ma ora so che il portico era il luogo della possibilità d' Amore.

Là nella vigna, invece, dietro il tremolio facondo delle betulle e nel fresco pungente della notte, il cielo si prendeva i miei occhi, li rapiva... spegneva la musica e mi scaraventava in alto come a volermi risucchiare nell'universo nero e quella sera abbandonato dalla luna.
Percepivo neri sipari come se un sipario preparasse a quello successivo, in un'ansia di contare tutti i cieli. L'impossibilità del calcolo mi dava un brivido ben più potente di quello delle coppie intrecciate nella magia dei lenti.

martedì 17 febbraio 2009

ancora Gaminella

La Gaminella , me ne rendo conto, è tuttora un mistero da svelare.
Non so se la Gaminella, per la quale ho fatto alcune timide ricerche, sia la stesso rivo interrato, soffocato che intravedo sulla via della stazione (sempre quella di Pasquale e delle more) o una specie di ruscello omonimo molto più piccolo e "banale", certo non per me.

Pare che ai tempi dei Longobardi, intorno al 600 una Gaminella fosse stata lo scenario di tale carneficina di soldati ( ubriachi nella notte) da essersi tinta letteralmente di sangue. Come il famoso tragico teatro del Sand Creek ? al Sand Creek era stata strage, ricordo conati di vomito all'uscita dal cinema dopo Soldato blù

Anche Pavese aveva citato una Gaminella ( ne La luna e i falò?) ma pare si trattasse di collina.

La mia Gaminella, il luogo del mito che ho amato in passato è troppo sottile.. sembra svanire nel nulla, senza trionfali sbocchi al mare, interrata, maleodorante non si riesce a rintracciarla.

Gaminella è nome bello davvero, letterario e suggestivo.
Ci arrivai in due occasioni, la prima con papà che, da uomo di mare, era estasiato, più eccitato di me nel mostrarmi il ruscello.
Il primo ruscello della mia vita.

- Pavese, in Feria d'Agosto aveva rivelato il simbolo, il mito...e altro -

mio padre aveva detto a voce bassa: " puoi berla, viene da monti lontani"
e io ci avevo creduto. L'acqua era molto bassa ma indicibilmente limpida. Arrivava poco sopra la caviglia. C'erano microscopiche libellule, insettini talmente delicati e leggeri che m'incantavo a guardare, essi, incredibilmente, stavano in piedi sull'acqua.
Mai visto insetti così piccoli in grado di camminare sulle acque e mi domandavo se vi fosse un'impercettibile velo sull'acqua, un invisibile tappeto. Ignoravo allora la capacità di taluni insetti che appoggiano le zampe sul pelo dell'acqua.
Il fondo era sabbioso, qualche sassolino... neppure parente delle pietruzze colorate di Pria Ruggia o.. San Giuliano, a Genova, nello squassar di onde argentate, quasi rabbiose.
l'acqua era talmente trasparente e immobile da apparire nulla, liquido vetro attraverso il quale, muovendo un piede, potevo vedere quel turbamento giallino depositarsi subito a fondo.

SEGUE...

(il segreto della zia cinese)

domenica 15 febbraio 2009

il segreto della zia cinese

La gonna plissettata della cugina Pinella

Non esiste un ordine preciso ed efficace nella memoria; se provo a darle una scansione, perdo il filo leggero che mi guida, ed evapora il pathos.
Vedo Pinella emozionata, le stanno intorno le donne di famiglia, il gineceo, siamo noi il gineceo, sento di farne parte anche io, purché stia zitta, basta che la smetta di fare domande.
Gli uomini, intendo zii, papà (chissà se c'era ) e i giovani cugini, sicuramente erano là, come sfondo rumoroso ed estraneo alle sapienti manovre delle donne.
Si dava l'ultimo tocco alla "misè" (oggi si direbbe look) della cugina che sarebbe andata al ballo.
Era il suo primo Ballo, quello della festa del paese e più tardi
- non troppo, meglio non perder tempo - sarebbe stata accompagnata alla festa, fragorosa ed eccitante occasione mondana che riusciva a eccitare anche me, bambina coi codini e sandali coi buchi.


Intanto Eros è quasi palpabile nell'aria, è forse la prima volta che ne avverto la presenza.
Non ho parole per vestire quei pensieri, le dovrei inventare.
I miei pensieri scaraventati in quel mondo nuovo, non hanno le parole adatte.
Strane eccitanti sensazioni sospettano l'amore. Sento che sto voltando pagina e mi accorgo di essere una spia nel mondo delle donne.

Loro non sanno che io comprendo più di quanto possano immaginare, mi sottovalutano, mi porgono il punta spilli mentre, improvvisamente la gonna di Luisella, allo scatto del bacino, fa una grande ruota, ellissi gialla di mille pieghe tutte uguali.
L'eccitazione contagiosa è per me insostenibile e chiedo di andare al ballo.
Per un attimo mi vedono, sono piccola, eppure sento di essere loro pari.
Mi alzo sulle punte per sembrar più alta e chiedo ancora.
Toni, la più caritatevole, suggerisce: "perchè no, si divertirebbe
anche la mata".
Dopo un breve momento di silenzio riprende il frenetico lavoro... bisogna ancora applicare la rosa gialla sulla pancia di Pinella. Lei è così magra, come Audrey Hepburn, io la trovo bella anche se bella non è come le nostre mamme (bombe di curve castigate in abiti austeri). Non siamo belle come loro, le sorelle dai piccoli nasini e dagli zigomi alti.
Pinella ha enormi occhi da cerbiatta e il suo sguardo è così erotizzante.. mi ricorda il velluto.
Presto, presto... si fa tardi e non riescono ad applicare la rosa di voile sulla pancia magrolina di Pinella. Noi siamo magre.
Lei è all'apice della contentezza e chiede quando arrivano gli altri...
Nessuno mi guarda e tutto il mio essereè attratto dalla musica in lontananza, si alternano rock and roll, cha cha e lenti galeotti .
Al suono delle note lontane ho il presentimento che non ce la farò a seguire Pinella che pure mi porterebbe con sè... ma il gineceo, a parte me, decide che no, non è il caso, sarei una specie di palla al piede.
Il rumore di un'auto in cortile e delle voci chiassose di tutti i cugini e degli amici dei cugini, l'immensa tribu di Montauslìn balza giù dalle auto e irrompe in casa.
Le ragazze sono bellissime, ce n'è poi una che è esattamente colei che vorrei essere io. E' una lontana cugina di Roma dal caschetto nero, quello di Valentina, la ninfa di Crepax?
Mi salutano affettuosamente ma in modo fugace, a nessuno viene in mente di portarmi con loro.
A quel punto persino Pinella, che è in ritardo con la rosa posticcia sulla pancia, corre via e salta sull'auto con un balzo delle sue ballerine

Io rimango dietro la finestra, afferro l'inferriata.. e provo il dolodre dell'abbandono, dell'esclusione.. la malinconia profonda di restare qua. D'improvviso , cala il silenzio di sempre, carico di una tristezza infinita.
Il fruscio dell stoffe, i commenti soddisfatti delle zie e nessuno si accorge che piango attaccata all'inferriata sognando un rock and roll.

(Solo molto più in là nel tempo avrei provato qualcosa del genere, una sera di Capodanno, quella sera in cui io, finalmente piacente ed esuberante, ero pronta per uscire ma il mio giovane marito si era addormentato sul divano. Fu inutile chiamarlo, protestare mi abbracciò perchè dormissi insieme a lui... ancora una volta raggiunsi la finestra e sedetti sul davanzale, i fuochi esplodevano di colori, scalpiccio di passi nella via e io lì, a piangere swduta sul davanzale).

mercoledì 11 febbraio 2009

il segreto della zia cinese

Paolo assecondava appena il volante, con gesti leggeri, lungo la strada sinuosa, tutta curve, della "nostra" Cote D'Azur.
Era piuttosto divertito mentre si apprestava a spiegare il mistero di sua madre, la piccola "cinese".
Con lui avevo un rapporto privilegiato, si era proposto a me nella veste di fratello maggiore e la complicità sul "suo" segreto ci aveva uniti a filo doppio.
Tonia aveva davvero tratti orientali, finalmente lo stava ammettendo.
Lui stesso aveva bellissimi occhi neri dal taglio medio orientale, ancora diversi da quelli della madre.
- ricordi la battaglia di Marengo?... Napoleone? -
- boh, sì... -
lui aveva riso ancora chiudendo una curva, forse dalle parti di Cassis.
Ne aveva parlato con Roberto e con Eugenio entrambi molto colti.
(Roberto poi mi aveva sempre messo soggezione, quest'omone uno e novanta dalla profonda voce da basso era stato presidente del Centro Alfieriano ed era l'unico in grado di autenticare gli scritti dell'Alfieri del quale io avevo avuto appena un'infarinatura scolastica).
Beh, non vi erano certezze ma una vaga ipotesi che Napoleone si fosse avvalso di truppe di mongoli e di tartari alla battaglia di Marengo era suggestiva.
Restai in silenzio.
Pensai che mi prendesse in giro perchè rideva, era dissacrante di professione.
Paolo disse che si trattava solo di un'ipotesi ma che... vista la somiglianza davvero impressionante di zia Tonia con la tipica donna orientale... era possibile che un'antenata delle parti di Pavone (un ramo della famiglia di Madre proveniva da lì) fosse stata presa su un prato come accadeva da sempre in guerra e che un piccolo gene della mongolia fosse arrivato fino a noi.
Rimasi incantata al punto che lui, già con la mente altrove, mi pregava di non annoiarlo con i miei improvvisi appetiti e di dirgli subito se avessi fame , almeno avrebbe evitato quelli che lui definiva "i tuoi capricci alimentari"

SEGUE...

domenica 8 febbraio 2009

altre licenze poetiche

Ed eccolo tornare..
quel fine settimana non lo aspettavamo.
Con una grossa borsa e l'immancabile quotidiano lo vedevo in fondo al viale, si avvicinava lentamente. Per il gioco prospettico pareva quasi fermo.
Faceva davvero molto caldo, Agosto in campagna era un'aria rovente tartassata dalle cicale.
- Ah! sei qui? - diceva zia Antonia.
- adesso ti racconto - aveva detto papà appoggiando la borsa sul divano
- eh, già, l'altra volta siamo stati in pensiero.. -
- ma no.. Tonia, sai com'è andata ? -

Intanto era arrivata Madre, scambio di impercettibili baci sulle guance e un rimprovero appena bisbigliato (quasi sempre lui se lo meritava) e gradualmente tutti si erano accorti che era tornato.
Così papà rivelò a tutti il segreto di quel ritorno a Genova.
Stava camminando molto veloce quando aveva visto il treno.. il treno era già là, fermo sui binari, in mezzo alla campagna come appoggiato sul muschio di un Presepe pagano.
Pensò che forse affrettando il passo, chissà.
Intanto Pasquale lo aveva notato, paletta in mano e fischietto in bocca.
Il treno rimaneva fermo - bene - forse il semaforo era rosso, così aveva pensato papà mentre raggiungeva di corsa il binario.

Veramente lo aveva fermato Pasquale.
lo aveva semplicemente aspettato, prima di dare l'occhei al macchinista. Chissà come e perchè io immaginavo molto bene la complicità tra i due uomini, riconosco facilmente lo sguardo complice dei maschi, da sempre.
Pasquale, in un certo senso, era riuscito a fermare il tempo.
Aveva deviato, anche se impercettibilmente, il corso degli eventi.
Qualcuno per il ritardo aveva perso il taxi a Torino... un altro aveva evitato di incontrare la persona sbagliata.
Cosa sia giusto e cosa sia sbagliato nella nostra vita noi non lo sappiamo subito, ci viene svelato solo dopo, magari anche dopo tanto tempo.
Così ho capito il perchè di certi amori, di alcuni viaggi e di tanti provvidenziali errori.
Non sempre ciò che ci sembra un errore lo è davvero.

A proposito di presunti errori, zia Antonia appariva incongrua , sembrava non aver nulla in comune con i fratelli e ancor più diversa appariva vicino alle sorelle.
Madre e zia Maria erano piuttosto formose, zigomi alti, pelle e capelli chiari.
Lei invece era più piccola di loro, minuta, e la forma del viso era esattamente quella di una donna cinese.
Aveva il volto un po' piatto, la bocca era delicata, la pelle pallida e un po' olivastra.
Il taglio degli occhi neri poi.. era decisamente orientale.
Ad un altra età avrei chiesto con poco tatto perchè la zia sembrasse cinese ma non avrei avuto risposta perchè nessuno si poneva quella domanda o forse perchè era un tabu.
Era davvero impressionante quel contrasto.
Madre e gli altri zii erano simili fra loro mentre lei era completamente diversa ..pareva una donnageneticamente intrusa , almeno secondo le mie considerazioni.

In futuro, negli anni del liceo o forse ancora dopo, mi chiedevo per quale bizzarria genetica quattro fratelli avessero un aspetto fisico tipico dell'Italia del nord mentre una di loro aveva il tipo fisico tipicamente orientale.
Zia Antonia, la piccola cinese, era glabra, naso un po' schiacciato, seni piccoli e due leggeri solchi sotto gli occhi, al posto delle occhiaie.
Più osservavo zia Tonia più facevo la stessa domanda "come mai la zia ha tratti orientali?"
Le risposte erano vaghe, dicevano che somigliasse al nonno ma, viste alcune foto sbiadite, il nonno non sembrava affatto orientale.

In un futuro anteriore, in viaggio verso Antibes col cugino Paolo, ecco tornare il discorso sul tipo fisico orientale di sua madre.

All'improvviso Paolo mi stava dicendo che forse c'era un motivo di tipo storico, che purtroppo non aveva il tempo di indagare ma un'ipotesi molto affascinante esisteva.

SEGUE...

venerdì 6 febbraio 2009

licenze poetiche

certe domeniche partiva al tramonto, almeno così mi suggerisce la memoria che però tante cose mescola e confonde.
Quella volta mio padre era in ritardo, si scommetteva tutti che non ce l'avrebbe fatta, il treno l'avrebbe perso, ma lui
( come chi le sfide se le va a cercare) sorrideva.
Sospettavo che si sforzasse di sorridere..per apparir sereno agli occhi miei.
Quello che vedevo io però era un sorriso volitivo, e avevo l'impressione che quel suo vivere in bilico in realtà gli piacesse molto, come il sale in una pietanza insipida.
Il treno lo avrebbe sicuramente perso, era già successo.
Quella volta era tornato accaldato con un'aria a dire il vero indisponente, l'aria di chi è indifferente, di chi viene ma poi parte, come se avesse tanta voglia di scherzare.
Dopo averlo visto sparire in fondo al viale, come se all'improvviso fosse caduto dentro a un buco voltammo le spalle al cancello e tornammo in cortile.
Mentre me ne stavo sullo sgabello intarsiato da zio Pino, tutti dicevano peccato, perderà il treno... se solo fosse partito un po' prima... io invece incominciavo a riflettere. Papà era uno che non poteva resistere più di tanto nello stesso luogo, come una specie di nomade moderato.
Poi entrammo in casa per preparar la cena e passò il tempo e venne buio... e allora dov'era quell'uomo? cosa aveva combinato?
Ero in ansia, il tempo passava e lui neppure tornava.
- A quest'ora però dovrebbe essere già tornato - dicevano.
- Già... ci fa stare in pensiero ! -
Ero immersa in una specie di bolla silenziosa in mezzo ai rumori di casa, del cortile... del viale.
Poi, finalmente, arrivò una telefonata: papà era riuscito a prendere il treno.
Era già arrivato a Genova.

SEGUE...

martedì 3 febbraio 2009

la moglie di Pasquale.

nei campi attorno a San Sebastiano, così si chiamava la proprietà dei nonni
( ora non più, il nome indica il villaggio che l'ha circondata) c'erano l'erba medica, la meliga e il grano. All'arrivo di Pasquale c'erano già le case di ex contadini quasi tutti occupati in fabbrica.
All'ora di pranzo, fino alla fine di luglio, suonava la sirena e in cortile io facevo correre le galline pestando i piedi. Indossavo i sandali bianchi quelli "coi buchi" che a me sembravano occhi obliqui sicuramente orbi.
La Pippi mi osservava mentre stendeva infiniti bucati.

La moglie di Pasquale, una donna alta che ricordava certe donne africane dalle lunghe gambe abbronzate, faceva la pizza più buona che avessimo mai assaggiato.
Così, ogni tanto le tre galline, noi bimbe al borotalco, ci mettevamo a guardarla mentre preparava la pizza. A forza di star lì la Pippi capiva e ci invitava.

Ricordo che C. era molto attenta alle unghie della Pippi, controllava che fossero pulite al momento in cui graffiavano con forza l'impasto...
Appena sfornata la pizza c'era un gran vociare per avere porzioni eque.. avevamo anche notato che nella pommarola lei lasciava la pelle che formava riccioli amaranto.
Un gran silenzio rituale, quasi dionisiaco.
Poi era l'ora di scappare e in modo liberatorio gridavamo tanti grazie.. GRAZIE !grazie!... e sparivamo a giocare.
A casa mia ci eravamo abituati ad inquilini tanto diversi, soprattutto nel modo di parlare.
Ora direi che i due bambini sembravano usciti da un film di De Sica o Pasolini.
Grandi occhi bruni dilatatai, giocavano in disparte con carriole e macchinine , noi con le bermuda a righe, azzurre li scrutavamo dietro un vetro invisibile.
segue...

indagare sulla sparizione della Gaminella

questa è una lettura in cui spazio e tempo se ne vanno avanti e indietro come gli pare e le libere associazioni si inseguono più che susseguirsi.
Perchè interrompere i nostri momenti con Pasquale per parlare della Gaminella?
perchè la Gaminella è un idolo precedente all'avvento di Pasquale, è ancora una contemplazione di tipo pagano perché ero piccola e non avevo ancora fatto la Comunione.
Prima della Comunione aspiravo ad essere rabdomante, osservavo le acque e le confrontavo, acque di terra e acque di mare.
Il mare era un dio pagano e non lo sapevo.
Una inconsapevole propensione all'animismo faceva sì che immersa in mare quando era mosso io ne avvertissi misteriosi messaggi che faccio molta fatica a ricordare ma il senso era: il Mare è vivo, un dio potente, purificatore che mi solleva e può portarmi lontano, sia laggiù che qui sotto in questo blu dove di certo scivolano serpenti e calamari neri sconosciuti ai più, qui sotto al moto frenetico delle mie gambe
La Gaminella invece era un ruscello pietrificato sotto uno strato di cemento..
l'hanno coperta e lì vicino non oso esplorare, uno strano odore di acido fenico mi fa allontanare.

sabato 31 gennaio 2009

d'infanzia e d'infinito (bozza)

questo passeggiare nei luoghi dell'infanzia può essere una gran noia per chi si trova fuori dalla pagina scritta e, per tornare al presente, il confronto è tuttavia inevitabile non tanto per il personalissimo gusto della rimembranza quanto per cogliere i nessi causali che allora mi sfuggivano, l'anello di congiunzione fra cosmo e microcosmo che, quando ti viene in mente di controllare il passato, ti avvicini a interpretare.

Ogni estate papà stava così poco con noi.. e la cosa non mi pareva affatto giusta.
Dopo aver esasperato Madre con le odiose "lotte sindacali" gli orari erano però migliorati.

- me ne andavo la mattina al buio mentre dormivi e tornavo la sera mentre.. dormivi - questo mi diceva, sovrappensiero, se ricordava la mia prima infanzia.
E Madre ricordava le stesse domande...
" papà quando viene? "
Ogni sera temevo non sarebbe tornato, caduto in mare, schiacciato o ammazzato.
In un certo senso lui "non tornava" davvero poichè mi addormentavo senza vederlo arrivare.

A volte arrivava all'ora di cena e, mentre mangiava, raccontava le storie mirabolanti.

Le rappresentazioni si tenevano ai moli, alle banchine, sulle navi e vicino al mare.
Colonna sonora era spesso l'ululato del vento di tramontana, il Burian...
In genovese buriana sta a significare tempesta.

E se papà era di turno a Porta Siberia allora usciva di casa con l'eskimo e il maglione imbottito di giornali.
Io ero spesso preoccupata per lui.
Laggiù, in quel posto carico di misteri e magie ognuno aveva un soprannome e papà, chissà perchè, era il poeta.

venerdì 30 gennaio 2009

Pasquale, capostazione referenziato

alla piccola stazione di Masio l'uomo con la paletta parlava con papà mentre io rubavo le more.

- io ti conosco.. cosa ci fai qui? - aveva detto papà.
- accipicchia ma lei.. -
- tu lavoravi in porto.. vero? - gli aveva detto papà evidentemente soddisfatto.
- già... a Genova, come no! - e il ferroviere gli aveva stretto la mano.
- non capisco.. come sei arrivato fin qui? - papà aveva dato appena uno sguardo al berretto rosso.
- ho vinto un concorso, ho chiesto di restare a Napoli ma il posto era qui -
- e bravo Pasquale, dove hai trovato casa? -
- vede, la strada laggiù finisce, prima del paese ho trovato a buon prezzo... -


Aveva ragione papà.
Durante l'inverno la nonna aveva affittato un pezzo di cascina al nuovo capostazione referenziato Pasquale.
Nella confusione del resoconto collettivo annuale dei nuclei familiari papà aveva ottenuto qualche minuto di attenzione:

L'inquilino Pasquale, capostazione napoletano che lui aveva riconosciuto, erano effettivamente la stessa persona.
Un momento di ammirazione per questa strana caratteristica di essere fisionomista e un po' di stupore per la coincidenza durarono poco, fummo subito inghiottiti dalle ciarle dell'articolata, allora enorme famiglia.
Io, come lui, ero affascinata dagli incontri, dalle coincidenze.. avevo anch'io la netta percezione di importanti significati di cui nè lui nè io trovavamo il senso perciò rimanevamo con il nostro stupore e un complice sguardo interrogativo.

(Prima che arrivasse Pasquale da Napoli avevamo affittato al giardiniere veneto dei Poggio. Che gran da fare nel loro giardino: siepi da tosare, cipressi da potare, erbacce da estirpare e alcuni anni dopo, magnifiche sortite su quell' elettrizzante Ape ribaltabile. Emozioni di rara potenza per tre bambine che sapevano di talco ma che giocavano a piedi nudi. Dell'estasi di quei momenti dirò poi.)

Dunque l'arrivare finalmente alla cascina dopo la via della stazione mi ricorda il profumo del fieno, quello dell'erba tagliata di fresco, della legna bruciata e del letame dei vicini.

I primi abbracci avvenivano in cortile, erano brevi, pieni di uno strano pudore. Anche baciarsi era un rapido sfiorar di labbra pieno di pudore. Non si dovevano prolungare le smancerie però si stava a lungo a parlare spesso fino al crepuscolo, ora che amavo in modo particolare.
Il sole dava ancora luce ma le foglie tremavano alla brezza, le galline stavano brave, le cicale sparivano e finalmente dopo un interminabile anno scolastico potevo sentire il cantico dei grilli. Allora i pesticidi e i fumi delle fabbriche non avevano ancora sterminato i miei insetti preferiti: grilli, cicale e lucciole.

martedì 27 gennaio 2009

l'ombelico Genova / Parigi

Allora non sapevamo che la piccola stazione si sarebbe lentamente estinta
in nome del progresso, della modernità e dell'autostrada.

Mi volgo alle spalle e mi lascio dietro quel casotto nascosto da altissimi rovi,
il ripido sentiero di polvere gialla, il frinire di una straordinaria comunità
di cicale e l'odore delle rotaie roventi.
Sempre quello, l'odore dell'inferno.

(Mi par di capire che l'incubo allora ricorrente fosse di stare in treno, in galleria presso le acciaierie di Cornigliano. Nel sogno il treno si fermava proprio là, in quello che doveva essere l'inferno. Lunghi treni merci, fischi nel buio e rotaie, brutte rotaie. Strutture metafisiche immense e paurose.
Il treno si fermava nell'acciaieria... in una lunga galleria dalla quale dovevo uscire a piedi, da sola, cercando con lo sguardo la lunetta di luce.
Ricorreva anche l'incubo della discesa a rotta di collo tra Liguria e Piemonte,
i freni stridevano, mordevano i binari e c'era quell'odore di ferro caldo, sulfureo e possibile portatore di morte mentre si spegneva la luce.)

Come non comprendere allora la visione paradisiaca della luce del sole dopo tante gallerie? dei campi a perdita d'occhio, dei filari di pioppi ordinati e gentili?
Quei lontani maggiordomi dalle foglie baluginanti parevano salutare la "Cinghei".
Quell'uomo un po' matto così mi chiamava perché era stato a Milano
( veramente era stato dappertutto ) e in quel dialetto qualcosa come cinque scudi, erano appunto il "cinghei" di papà.
In seguito smise di chiamarmi così prima di insegnarmi ad andare in bicicletta, a cinque anni, quando prese a chiamarmi "a figgeoa" secondo la più classica tradizione genovese: la figliola. Che si poteva declinare anche in "figetta" oppure nel melenso diminutivo "figina".
L'arrivo alla stazione di Masio (il puntino tra Genova e Parigi) in cui si alzava il vento solo al transito del "rapido" e all'ossessivo tintinnio della campanella, era un momento a lungo atteso, era talmente desiderato da apparire sogno.
La stazioncina col posteggio per le biciclette è forse l'ombelico della mia infanzia.
Autentico evento dunque partire dal mare profumato e luccicante, spazzato dalla tramontana delle spiagge genovesi, per giungere alle zolle erbose, alla felicità infinita delle corse nei campi assolati e a molte cose straordinarie che non avrei dovuto fare.

venerdì 16 gennaio 2009

la mia stagione quattordiese... (bozza)

a proposito della scuola quattordiese..

la mia prospettiva è più complessa e conflittuale.
Non può essere quadrata e neppure scientifica.
Ha a che vedere con altre dimensioni: emozioni, curiosità e contemplazione.

Mentre Carlo Poggio traeva le prime soddisfazioni di neo laureato in chimica dell'industria io, in arte "timida", capitavo da quelle parti per motivi completamente diversi.
La nonna, lo zio dispettoso, l'altalena, le galline, il mio triciclo... e ancora mille altre importantissime cose.

A volte, se penso alle relazioni umane, sono sicura che il caso non esista.
Anzi, come se un broccato ricco di colori provvedesse lentamente alla propria tessitura , altrettanto lentamente la trama e l'ordito spazio temporali
aiutano a seguire il proprio karma (destino, azione compiuta..)

La percezione del tempo era allora assai diversa.
Lo era al punto che percepivo me stessa come una sorta di eternità vagante spaccata fra terra e mare.
Il mare era Genova, la mia città, di cui ero orgogliosa.
La terra era il piccolo paese dei nonni materni dove ogni estate ritrovavo amiche, cugini, vecchie zie ..
Le piccole amiche alzavano i loro nasini impertinenti:
- da dove vieni ? -
- Genova - dicevo io, con l'aria di chi nasconde il mare in valigia.
Allora la Superba contava quasi un milione di abitanti mentre il paesello ne contava sì e no duemila.
Ogni anno, appena arrivata, avevo già consumato una lunga, indimenticabile stagione balneare.

Le mie stagioni dunque erano solo tre:
scuola, mare e campagna.
La prima, dove sfoggiavo il massimo della serietà era il luogo grigio.
invece il mare, la spiaggia rappresentavano il colore chiaro, un po' giallino, di inizio estate.
A Giugno si incominciava ad andare ai bagni com'era consuetudine dire.
Alla fine di luglio poi si facevano le valige e si atterrava su Marte , tale era lo scarto, la cesura fra i due mondi.
Appena scesa dal treno l'aria si faceva "spessa", afosa e la luce abbagliante mi costringeva a stringere le palpebre.
Non ero felice, io stessa ero la felicità .

La stazione aveva due soli binari, una campanella nascosta e assordante e un casotto con buco per capostazione con berretto rosso: il nostro futuro "Pasquale".

Papà era agile e scattante. Tirava giù una borsa.. poi l'altra, depositava me a terra mentre da rotaie e sassi arrugginiti montava sù un odore sulfureo che sapeva d'inferno (e chissà come si arriva da un binario all'inferno io proprio non me lo ricordo).

Papà si era fermato a parlare col capostazione mentre la mamma alzava gli occhi al cielo (certe cose non le sopportava).
Chi era poi quell'uomo? C'era un lungo pezzo di strada e le borse diventavano pesanti..
A me non importava molto, intanto mangiavo le more. Esse pendevano da una foresta di rovi che non avrei mai più visto in vita mia, evocavano la banalità del peccato e il giardino dell'Eden.
D'altronde stavo per essere formata come buona bambina cattolica, scarpe bianche e sguardo a terra.

Mio padre ci aveva finalmente raggiunte sorridendo.
- lo sapete chi è il capostazione? - disse come un alchimista , come lo sciamano degli incontri, (questo era il mio leggero ma ingombrante padre).
- è un meridionale? -
- sì, e.. pensa che lo conosco! - disse animandosi come sempre, lui che ovunque incontrava qualcuno.
- anche qui? non c'è anima viva!.. possibile che devi sempre conoscere qualcuno? - sottolineò Madre.
Passò subito un'auto sollevando la polvere bianca che l'avrebbe ancor più indispettita. Naturalmente papà giurava e spergiurava come al solito.
Ma come poteva lui, portuale genovese, conoscere il capostazione napoletano di Masio? un puntino geografico, due binari che il rapido delle ventitre piallava in pochi secondi in direzione Torino- Mòdane.. Parigi. A lui piaceva scommettere e la spuntò con Madre che disse sì, va bene ci sto...



segue

giovedì 1 gennaio 2009

Moses Herzog

Herzog è un libro matrioska . Il primo "involucro narrativo" contiene il romanzo, dettato dalla processione di flash back sulla vita di un personaggio incredibilmente attuale.
All'interno della vivace storia dell'uomo "fragile", un po' scomposto nel suo narrarsi, ora in prima ora in terza persona (pensato per tenere desta l'attenzione del lettore o spericolato guizzo stilistico?) viene intercettata una immensa quantità di riflessioni generali: psicologiche, filosofiche, sociologiche, politiche.. spesso introdotte con abili trovate narrative quali le lettere ai morti o le invettive a importanti personaggi viventi.
Il disorientato Herzog da così voce al professor Herzog che introduce pagine alte, dotte, apparentemente incongrue, di lettura più lenta - questo sì - ma assai efficaci nell'impreziosire il magmatico libro.
Un libro pieno di amor di patata . Un quasi diario costantemente sull'orlo del saggio o dell'invettiva.
I livelli di lettura sono tanto diversi fra loro eppure ben omogeneizzati e godibili per la magistrale vena d'ironia che permea tutta l'opera.
Quasi quasi viene il dubbio che la vera protagonista sia essa stessa o comunque un senso di bislacco destino... inafferrabile e assolutamente cinico.

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